Il "Disvedere": quando ignoriamo parti di noi stessi

Pubblicato il 16 giugno 2026 alle ore 09:00

C'è un potere speciale nei libri che va oltre il puro piacere della lettura. È la capacità delle storie di trasformarsi in bussole silenziose, capaci di orientarci nel nostro mondo interiore e di offrirci gli specchi giusti per comprendere dinamiche che, a volte, facciamo fatica persino a immaginare.

Cosa succede, ad esempio, dentro di noi quando decidiamo di non ascoltarci più?

Una risposta poetica e spiazzante ci arriva da una narrazione particolare, quella del romanzo La città e la città di China Miéville. L'autore immagina due mondi che coesistono e si sovrappongono nello stesso identico spazio geografico, ma i cui abitanti sono addestrati fin da piccoli a "disvedere" (dall'inglese unsee) tutto ciò che appartiene all'altro tessuto urbano.

Se si incrocia per caso lo sguardo di un passante straniero, bisogna immediatamente sfocare la vista e cancellarlo dalla mente, fingendo che non esista per non commettere un reato gravissimo.

Succede anche a noi, nella quotidianità, di muoverci seguendo lo stesso identico schema. Non si tratta di una scelta consapevole, ma di un’attitudine che impariamo col tempo: un automatismo per difendere il nostro equilibrio dalla paura di ciò che potremmo scoprire se solo provassimo a guardare davvero.

Perciò, senza rendercene conto, tendiamo a convivere con una sorta di doppia dimensione interiore:

  • "Disvediamo" i nostri bisogni più profondi, la nostra stanchezza o le nostre ferite, fingendo che non esistano, per non destabilizzare la nostra quotidianità.
  • Cancelliamo i segnali che il corpo ci invia, mettendo un muro invisibile tra ciò che mostriamo fuori e ciò che urla dentro.

Come nell'immagine qui sopra – dove due figure speculari, identiche e dai profili sfumati, si fondono con le luci e le ombre della città senza che se ne distinguano i tratti – anche noi a volte diventiamo sagome trasparenti a noi stessi. Diventiamo estranei che abitano lo stesso corpo, separati da un vetro invisibile.

Ma perché lo facciamo? Perché preferiamo "disvedere" piuttosto che guardare? La risposta sta nel fatto che la nostra mente è una grande costruttrice di equilibri. Anche quando un equilibrio è faticoso, per il nostro cervello è comunque qualcosa di prevedibile e, quindi, rassicurante. Vedere davvero parti di noi stessi che abbiamo sempre ignorato spaventa, perché mina questa stabilità.

Ognuno di noi ha la propria storia, ma ci sono alcune dinamiche in cui è molto facile rispecchiarsi:

  • L'illusione del "Va tutto bene": Spesso la nostra quotidianità si regge su una narrazione che ci raccontiamo per sopravvivere ("Il lavoro mi stressa, ma va bene così", "In questa relazione mi sento solo, ma è normale"). Se iniziamo a guardare direttamente la nostra stanchezza o la nostra infelicità, non possiamo più fingere. Quella verità ci impone una scelta: continuare a soffrire consapevolmente o cambiare qualcosa.
  • I nostri ruoli abituali: La quotidianità è fatta anche di copioni. Se nella vita sei sempre stato "quello forte che c'è per tutti" o "quella che non si lamenta mai", iniziare a vedere la tua parte fragile o il tuo bisogno di aiuto spezza l'abitudine. Dire dei "no" o mettere dei confini costringe anche chi ti sta intorno a cambiare il modo di relazionarsi con te, creando tensioni o resistenze in chi era abituato al tuo vecchio modo di essere.
  • La paura del vuoto e dell'ignoto: Quando rinunciamo alla visione sfocata e ci guardiamo dentro con attenzione e consapevolezza, potremmo scoprire desideri o parti di noi che non sappiamo ancora come gestire. La paura di non sapere cosa fare dopo ci spinge a preferire una routine insoddisfacente ma sicura, piuttosto che un'autenticità che percepiamo come un salto nel vuoto.

In fondo, gli abitanti del romanzo fanno lo stesso: preferiscono lo sforzo immenso di fingere che l'altra città non esista, piuttosto che accettare la rivoluzione che deriverebbe dall'ammettere che le due realtà sono sovrapposte.

Nel romanzo, il protagonista, l'ispettore Borlú, si trova davanti a un bivio durante un'indagine: per scoprire la verità è costretto a mettere in discussione questo rigido sistema di separazione mentale. Troverà il coraggio? Avrà fiducia nel processo di tornare a 'vedere'?

Per noi, il vero coraggio e l'inizio della fiducia interiore nascono quando decidiamo di rinunciare a quella visione sfocata e laterale che usiamo per ignorare le cose. Solo superando questo automatismo possiamo iniziare, finalmente, a vedere l'insieme. E vedere l'insieme, nel profondo, significa ricominciare a vedere noi stessi.

Accettare la nostra complessità, unendo le nostre diverse 'città interiori', è l'unico modo per ritrovare un ascolto autentico e smettere di sentirci divisi.

Patrizia

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